Premessa: Una flebile voce nel buio profondo
mi sussurrò:”Non voltarti e
accetta le ali del pensiero
per sorvolare il mistero del tuo sonno…
La penna e la pagina bianca sono il mio passaporto,il mio mezzo di trasporto;mi accingo alla scrittura e compio un nuovo viaggio all’interno di me stessa,è un mettere alla prova le emozioni ed i pensieri,è un farli andare d’accordo,è uno scoprire se stessi.

-Miele e Isabel-
“Miele! Ciao,come stai?”
“I miei si sono lasciati. Fra poco traslochiamo.
Io e mia madre,intendo.”
-Occhi lucidi
e una singola
orgogliosa ma
fiera sofferta
lacrima
si abbandonava lungo la
scarna gota rendendola
lucida-
Tutto era luminoso ed il cielo faceva da specchio per quell’incontro inaspettato,in quella giornata casuale; lucida era Isabel e la sua fronte,i ricordi lo erano,s’infrangevano davanti la piccola via vividi ed umidi,aprivano la strada ad anni precedenti in cui le due amiche scherzavano,si prendevano in giro,ridevano e poi litigavano in un modo con cui solo gli adolescenti sanno fare.
Le macchine dietro passavano a tratti,le strade erano morbide,
permettevano all’asfalto di scaldare l’aria ancor di più e quell’angolo
di marciapiede sembrava fatto di gomma –Stupefatte le emozioni rimbalzavano-
Isabel si trovava impacciata mentre i secondi schizzavano per la frenesia dei suoi ricordi,dei suoi mille pensieri,si sentiva stupida,
incapace di trovare qualche espressione adatta alla circostanza.
“Ah,si sono lasciati?!...Mi dispiace,sai?Veramente.”
Miele si accorse del disagio che aveva provocato e,stupendosi di se stessa e della facilità con cui si era confidata,si affrettò a concludere quel dialogo:”Meglio così dai,ora devo andare…” Non fecero in tempo a salutarsi con il bacio sulla guancia, come si usa,ma da lontano dissero che si sarebbero sentite.

-Aria d’urto
imbarazzo
e tremore
confidenza diffidente
Due soggetti ugual natura
labirinti di pensieri-
Era stato tutto così veloce ed ogni regola dell’incontro e del saluto era stata abbattuta con irruenza; apparteneva a Miele questo tipo di approccio agli altri,impulsiva di una rapidità a scatti,proprio come i gatti,i suoi animali,dei quali raccontava i comportamenti e ne descriveva i particolari quasi per affascinare, e subito dopo far sentire l’intero genere umano così meschino e cattivo: “Gli animali non inquinano, non conducono guerre per arricchirsi,né uccidono per il puro piacere di vedere il sangue”-diceva sempre così- E ad Isabel piaceva sentirla parlare, la trovava diversa da tutte le altre ragazze della scuola,con lei poteva parlare di qualche personaggio folle di un libro e perdersi sul significato dell’esistenza o cercare di dare un significato alla pazzia e alla normalità;insieme si perdevano in discorsi sulle leggi contraddittorie su cui il Mondo va avanti o sull’ipocrisia della Chiesa e del “buon costume”…Mentre Miele scovava tesori soltanto fra i fili d’erba che non osava calpestare con i suoi anfibi pesanti e fra le cromature delle pietre che dipingeva, trasformandole in scoiattoli,criceti,o altri animaletti. Era lei che anni addietro le aveva insegnato che con la pasta al sale si possono fare delle mini-sculture o soprammobili di vario genere; diversi
pomeriggi si erano incontrate per costruire oggettini, Isabel era entusiasta ed euforica,guardava l’amica plasmare la materia,non si impegnava, preferiva guardarla.
Miele era spensierata solo in quei momenti e rideva della goliardia di Isabel che fantasticava ad alta voce, immaginando loro due diventare ricche vendendo nei mercatini dell’usato quelle vere opere d’arte! Avevano persino una mascotte,un orsetto buffo e deforme che Isabel aveva cercato di modellare,ma che aveva subìto il colpo di grazia nella cottura al forno e gli si era formata una cicatrice attorno al collo, diventando così, l’orso dall’operazione alla tiroide…
-Ferite di sangue
di cuori di paure
cicatrici più o meno roboanti
Si fanno sentire sulla pelle,sui sensi
dopo anni
le risposte non avute diventano
brucianti-
Ai pomeriggi coloriti e divertenti si alternavano momenti di acerbo
confronto,si concludevano con le spiegazioni che Isabel cercava da sola di darsi…Spesso infatti veniva allontanata,respinta o trattata da
Miele in modo scostante, il motivo? Forse per la sua troppa
gentilezza,per l’atteggiamento confidenziale, fisico, per la sua
dimostrazione di affetto,non innocente,ma senza fine e fini.
L’incontro sul marciapiede di gomma aveva creato piacere ad entrambe,erano passati due anni in cui non si erano più frequentate e a quel lungo silenzio non c’erano spiegazioni, ma non aveva importanza,non c’era spazio per i chiarimenti,ma per vivere.
Dissero che “si sarebbero sentite” e avvenne così.
Era tutto diverso, anche l’aria non sapeva più di olive e
formaggio,l’odore che si espandeva nella piazza del mercato dove passavano le serate a chiacchierare,era un’aria nuova e ferma,solo per loro due,più silenziosa; potevano restare due ore senza parlare,ma semplicemente a guardare il fiume scorrere davanti a sé, portandosi via i rifiuti, così come su di loro scivolavano le certezze. Non più gli stessi mercatini dell’usato al sabato,non più mordente nello tagliare a scuola…Adesso era tutto cambiato:a lezione andavano in macchina e s’incontravano prima,con la scusa della colazione o di ascoltare la “numero 3” del cd preferito,insieme.
I dieci minuti di tragitto si trasformavano in lunghi tornanti,ove speranze e sogni incoscienti facevano da guida.
E così il loro rapporto era diverso,fatto di sfumature,intense,nitide mai.
L’implicito,il velato,non il nascosto,cresceva insieme alla loro
interiorità, ed era bello quando quella di ciascuna riusciva ad
intrecciarsi,per poi slegarsi subito dopo. Accade quando non si
conosce la natura delle cose,delle emozioni,dei sentimenti,dei gesti
e ci si spaventa,si sceglie di non comprenderla, si sa già che
l’inversione di rotta susciterebbe uno sconvolgimento, un’Apocalisse
di sentimenti che costringerebbe a mordere più forte per gustare tutto e rivivere con gli occhi appena nati.
Miele ed Isabel si sentivano “appena nate” ,percepivano lo stupore e la novità in ogni movimento epidermico,e sembrava che sentissero la mancanza dell’acqua in cui si nasce; le sere d’Estate sfociavano in corse sotto la pioggia e gli abbracci si giustificavano con il pretesto di restare riparate sotto lo stesso ombrello.
La pioggia,gli umori,le lacrime ed il sale delle giustificazioni erano un tutt’uno oramai,chiamarsi “amiche” faceva parte del gioco,non era finzione ma equivoco,non più rebus ma dolce, timida, fusione
d’Amore.
…Era tempesta,
ora patina d’oro
lungo il mare che riluce.
Era pelle che cadeva
-corpo e anima deteriorati-
ora è fremito di sensi
memoria
-mente,sorriso-
Era l’Uno,ora il Due
al varco di una Vita
-onda e cascata-
Ora è solo unione d’Amore.
Oggi t’ho voluta qui,
Tu conoscitrice e bandiera delle donne,
Per raccontarti di un’altra donna
Diversa da quella che celebri tu.
Ti parlo della donna che celebro io.
Coi miei versi
E le mie parole.
E’ una donna deforme
Una donna guercia
Una donna che non parla
Con la tua stessa suadente voce
Lei non può,
Lei sibila
Parole incomprensibili.
Perché pur essendoti nata accanto
La vita l’ha portata altrove
Dove si parlano lingue diverse
O forse non se ne parlano affatto.
Lei era come te
Ma poi è venuto il freddo a soffiarle contro
Il vento l’ha piegata
Le ha ferito gli occhi
Fino a farli sanguinare in certe notti.
Quando il sangue s’è rappreso
Ella s’è fatta dura tutt’attorno.
Tranne che dentro.
Dove era nuda ed esposta alle infezioni
Dove nessuna mano arrivava a curarla.
Dentro era una lacerazione permanente
Ed un sanguinare lento.
Sei certa di non averla mai vista?
Eppure lei dice di avere visto te.
Nascosta dietro gli angoli dei vicoli che abitava
Lei ti osservava camminare dritta per strada
Le gambe nude e l’abito leggero
Lei invece aveva sempre freddo
E ti guardava volare la vita
Cercando di imparare come si fa.
Ecco forse che non l’hai vista,
Tu volavi, lei stava acquattata al suolo a non farsi vedere.
Storia di una donna che non sapeva di esserlo.
Storia di una donna che si è trovata la D al collo come un cappio.
Donna senza libretto di istruzioni.
Donna alla deriva con pilota morto, riverso sulla cloche.
Donna in caduta libera.
Donna che aveva studiato alla scuola dell’uomo.
E dopo tanto insegnare le han detto: ma sei donna tu!
Donna che alza lo sguardo e vede le altre donne
Donna alla rincorsa che cerca di recuperare.
Ma nel suo mondo, al contrario che nel tuo,
Non c’è scarpa da tennis che corra come un tacco a spillo
Ed è rimasta indietro.
Ha cercato di fare
Ha cercato di copiare
Ha guardato, e imparato
Ciò che a te qualcuna prima, aveva insegnato.
Ma sempre freddo aveva,
E cadeva dai tacchi, storpia com’era.
S’amava a momenti
Quand’era sola
Che non aveva donna al pari
Al cui confronto fosse monca.
Donna allo sbando
Lasciava la sua D su ogni autobus
Ma poi qualche cortese cavaliere
Sempre gliela riportava
“Signorina, avete dimenticato ciò ch’è vostro”.
E lei che provò a bruciarla e a tagliarla
A darle nuova forma,
Ma sempre D rimaneva
Sempre più graffiata, sempre più malconcia.
E ovunque guardasse
Delicate D indossate con elegante disinvoltura
E lei che pure ne aveva una
Ma non sapeva come.
Si mise allora a strofinare, e lucidare
La sua massiccia lettera ammaccata
Iniziò a ripararvisi quando pioveva
Stendendola sul suo lato dritto,
La pioggia scivolava sulla curva convessa
Risparmiandole il raffreddore.
A volte l’adagiava sul lato curvo
E vi si addormentava come al dondolio di una culla.
Prese ad amarla, certi giorni soltanto,
E solo quando era sola e nessuno la osservava.
Che chissà perché se ne vergognava,
E sì che tutte della propria lettera parevano fare bel vanto.
E’ che lei non la sa ben portare,
Non con quella grazia
Non con quella leggerezza.
La sua talvolta ancora la trascina
Tra le pozzanghere ed il fango.
Ancora la prende a calci certi giorni
E ancora si ferisce nel farlo.
Ancora a volte sogna di perderla per strada e volar via senza peso alcuno.
Si è drizzata un poco, me le ossa le ha ancora contorte
Che il freddo fa male si sa
E più si va avanti, più ti escono gli acciacchi.
Donna.
Suona così pieno. Suona così poetico tutto imbellettato.
Sei così brava a scriverlo, e cantarlo tu.
Ma c’è la faccia che dimentichi di cantare
La disarmonia, lo scherzo, la burla
La lotta, la tragedia
La trappola, la camera a gas
Quando la D ti cade addosso senza avvertire
Come una gabbia di canarino
Finita sopra una cornacchia.
Indossarla da sola come un camice d’ospedale
Non è lo stesso
Che lasciarsela infilare come un soffice maglioncino
Ed un buffetto sulla guancia.
Ricordatelo quando canti la donna domani.
Che c’è una donna ben meno coraggiosa di quelle di guerra
Che lotta contro i mulini a vento
Di battaglie assurde
Inconcepibili
Subdole
Perché non si vedono.
Perché il nemico è morto da vent’anni.
Donna irrisolta
Donna ribelle
Donna furiosa prende a pugni l’aria
Intrappolata in un incubo da cui non sa svegliarsi.
Donna in coma permanente
Nemmeno i principi azzurri sono abbastanza
Ad interrompere la sua angoscia circolare
Anzi alle volte i più coraggiosi
Finiscono per andarsene col ricordo di un cazzotto.
Ma è solo per errore
Succede, nella foga della colluttazione
Che lei gli uomini li adora
Fin dai tempi della scuola d’uomo.
Son le donne che dice di odiare
Ma sarà vero poi,
Che non siano solo il ripetersi
Nel palazzo degli specchi in cui s’è imprigionata
Di un riflesso infinito di se medesima
Che la fa insanire?

SANTI URSO
STORIA DELL'O
Vademecum per l'uso dell'ombelico vuoto e ripieno
Introduzione di Battistino Barometro
pagg. 96, illustrato, euro 3,50
www.leggendogodendo.com
Finalmente l’Ombelico (sì, merita la maiuscola) ha il suo libro di riferimento. La sua bibbia, oseremmo dire, fondendo armonicamente sacro e profano, mistero e voluttà. Anche se chi lo esibisce lo ha finora trascurato come oggetto di delirio erotico. Ferita che segna la nascita, luogo di pensieri umidi e oscuri, pozzetto dei desideri pericolosamente vicino ad altre trafficate frontiere corporee. Questo libro ha pure l’ambizione di portare l’Italia al centro del dibattito: finora l’attenzione concessa al bottone delle meraviglie da parte della cultura del piacere è stata scarsa. Non è mai troppo tardi, e queste pagine rimediano rilanciando la centralità del tema. In fondo lì, sulle pance sta l’ombelico del mondo. O no?
Mancava l'ombelico per completare e suggellare il tentativo di contrabbandare il niente per cultura. Così diranno in molti. Tutto sta nell'idea che ci si è fatti della cultura.
Questo libro vuole essere il trionfo della leggerezza per vincerla sull'opacità, l'inerzia, il serioso da cui siamo sovrastati. Vuole invitare a leggere godendo, esaltando l'intelligenza, la fantasia. Per ritrovarci a ritrovare i sogni svaniti, le emozioni infrante.
E' la rivincita del piccolo sul grande, del soft sull'hard, del lieve sul greve, del bello sul magnificente.
Il nascere e il morire sono già tanto pesanti, lasciamoci incantare dalle sirene, ci stupisca lo stormire delle fronde, e le stanche pupille non disdegnino di inseguire lo svolazzare impazzito delle variopinte farfalle (psiche in greco significa anche farfalla).
Le scuole, le chiese, le famiglie, il mondo tutto hanno bisogno di leggerezza. E anche di effimero, almeno nella misura in cui acquistiamo coscienza del transeunte, del relativo e del precario.
Un modo, questo, per capire meglio San Paolo quando ci rammenta che siamo nel tempo pur non appartenendo al tempo.
Santi Urso - giornalista del Gruppo Rizzoli
Battistino barometro - Redattore capo, sezione cultura Corriere della Sera

Quello che colpisce nella lettura di queste pagine è la ricchezza, la varietà, la multiformità delle voci, la potenza con cui la vita emerge (col suo carico di gioie, dolori, amori, solitudini) e si intreccia con le parole. E così, insieme all’analisi delle risposte possiamo seguire i pensieri, le riflessioni, le emozioni delle donne che per anni hanno lavorato, prima alla stesura e poi alla lettura ed interpretazione dei questionari. Un gruppo nato nel ’96 all’interno dell’Associazione per una Libera Università delle Donne, che è cresciuto insieme alle sue partecipanti: partito come “confronto di esperienze tra donne che amano le donne”, è diventato (anche grazie all’incontro fecondo con la filosofa Teresa De Lauretiis e il suo libro “Pratica d’amore”) “gruppo Soggettività Lesbica”, dove la parola soggettività sottolinea fortemente il valore attribuito ad ogni esperienza personale e alla singolarità di ciascuna. Dalla riflessione sulla visibilità e dalla partecipazione al Gay Pride del 2000 a Roma prende poi corpo l’idea del questionario. Che è anche desiderio di comunicare all’esterno la complessità della realtà lesbica, per smontarne l’ immagine stereotipa, restituire l’estrema pluralità delle storie e delle esperienze, i mille e più modi dello stare al mondo delle lesbiche.
Non c’è niente di ideologico in questo libro. Anche il tema dell’identità, molto presente, non diventa oggetto di rivendicazione politica, ma riguarda il senso di sè, la possibilità di vivere con pienezza, qualcosa che investe la persona e le sue esperienze. Le curatrici hanno scelto di non formulare teorie sul lesbismo, ma di dare spazio alle voci e alle vite. Sono i racconti diretti che comunicano e parlano, più efficacemente di quanto non potrebbero fare le interpretazioni. E’ un libro in cui però c’è molto di politico: si parla di cambiare il mondo, di contribuire ad un radicale progetto di trasformazione della società, perchè un mondo in cui le diversità fossero ascoltate e rispettate sarebbe un luogo più vivibile e accogliente per tutti. Le donne che amano le donne, per vivere con libertà e dignità sono costrette ad affermare e contemporaneamente negare se stesse. Affermare la propria identità lesbica, pur nella consapevolezza che si tratta di una categoria costruita ed imposta e avere insieme l’obiettivo che questa classificazione si dissolva, questa identità si sovverta. Se è ancora necessario rivendicare con orgoglio e passione l’essere lesbiche, l’impegno, i pensieri, i desideri, sono rivolti alla costruzione di un mondo in cui chiunque sia portatore di una diversità possa vivere senza dissimulazioni e senza paura. Alla luce del sole. E, come possiamo leggere nelle ultime righe, “la luce è un insieme di colori”. In questo “Cocktail d’amore” non se ne perde nemmeno una sfumatura.La prima grande inchiesta, in Italia, promossa da un gruppo lesbico, sulla vita delle donne lesbiche nel nostro paese. Nel 2001 il Gruppo Soggettività Lesbica dell’Università delle Donne di Milano elabora e diffonde, su tutto il territorio nazionale, un questionario con 150
domande relative ad autopercezione e identità, famiglia d’origine, amicizie e rapporti sociali. Ne vengono distribuite 3000 copie e ne ritorneranno, compilate, più di 700.
Nei due anni successivi il gruppo discute i dati mettendoli a confronto con le proprie esperienze e integrandoli con interviste mirate sui temi più controversi. A volte le risposte sorprendono, a volte confortano, altre ancora costringono a mettersi in discussione.
Nasce così Cocktail d’amore: non un’indagine statistica o una teoria sul lesbismo ma il racconto delle esperienze e delle storie personali, dei progetti di vita e delle loro realizzazioni, per far conoscere la ricchezza e multiformità di un mondo che è ancora pensato e rappresentato secondo immagini stereotipate.
Un libro non solo per lesbiche, perché conoscano meglio il loro mondo, ma per tutti coloro che vogliono entrare in relazione con le storie, i sogni, i pensieri di donne che vivono accanto a loro. Per scoprire che «le donne che amano le donne, per vivere con dignità e libertà, sono costrette a un doppio movimento, contemporaneamente affermare e negare se stesse. Affermare la propria identità lesbica e – consapevoli che questa è una categoria costruita e imposta – avere insieme l’obiettivo che tale classificazione si dissolva, che tale identità si sovverta in una società in cui i diversi modi di vivere la sessualità siano davvero indifferenti. Se ancor oggi è necessario rivendicare con orgoglio e passione l’essere lesbiche, il nostro impegno, i nostri pensieri e il nostro desiderio sono rivolti alla costruzione di un mondo
in cui chiunque sia portatore di una diversità possa abitarlo senza menzogna e paura».
Il gruppo Soggettività Lesbica, mantenendo la sua specificità di attenzione ai vissuti e alla relazione tra vita privata e mondo esterno, collabora con altri gruppi milanesi (ArciLesbica, C.D.M., Linea Lesbica Amica, Lista Lesbica) nell’organizzazione di dibattiti, convegni e feste.
A questo volume hanno collaborato: Anita Sonego, Chantal Podio, Lucia Benedetti, Piera Vismara, Rosa Conti.
Il gruppo Soggettività Lesbica nasce
– nel 1996 all’interno dell’Associazione per una Libera Università delle Donne di Milano
– dalla volontà di alcune, tra le fondatrici e animatrici, di rendere visibile il proprio lesbismo, trasformandolo in un tema politico.
Gli incontri settimanali di discussione, aperti solo alle lesbiche, sono affollatissimi e, sin dall’inizio, si sceglie di ricorrere all’autocoscienza come metodo per interrogarsi sui nodi che legano l’esperienza di amare un’altra donna alle problematiche poste dalla vita sociale, culturale e politica.
Nel 1997, dopo un incontro con Teresa De Lauretis, il gruppo decide di nominarsi Soggettività Lesbica, sottolineando il valore attribuito a ogni esperienza personale e indicando altresì una peculiarità del proprio approccio al tema dell’identità.
Negli anni successivi vengono affrontati diversi campi d’indagine: la sessualità, l’immaginario, la visibilità…
La partecipazione al Gay Pride che si tenne a Roma nel corso del 2000 fa nascere il desiderio di comunicare all’esterno la complessità della realtà lesbica. Prende così forma l’idea di costruire un questionario sulla vita delle lesbiche da diffondere
in tutta Italia. La discussione e l’elaborazione dei dati raccolti e delle interviste fatte richiedono un anno di incontri. Più di un anno è stato impiegato dal gruppo per stendere questo testo, ridiscuterlo e riscriverlo.

Ultima battaglia (Sholay)
Ho attraversato per te quel campo
secoli fa,
vestita di sola passione
e di una catena d’oro massiccio.
Io schiava d’Egitto.
Furtiva come il gatto
inciso sulla tua spada
sono scivolata attraverso la notte calda
fino alla tua tenda, guerriero dorato.
E tu, trai drappi rossi
e le ferite di guerra
mi hai accolta in silenzio.
Il tuo corpo, liscio e scuro
sotto le mie dita sottili e scaltre.
Il silenzio di parole non dette,
la paura della morte imminente,
la battaglia vera che attende.
Mi sono fatta Nemico per te
e hai infierito sul mio corpo
con la tua spada lacerante.
Mi sono fatta per te Vittoria
gridando d’echi di piacere
che violenti hanno attraversato
le sponde sacre del Nilo.
Mi sono fatta per te Sconfitta
stringendo il tuo volto
tra le mie gambe d’avorio
umiliando con la mia altezza
il tuo stato.
E per te mi sono fatta Sangue che scorre
donandoti tutto di me
fino al dolore urlato,
e Scudo d’Argento sono stata
venendo incontro ai tuoi colpi
col mio ventre dischiuso.
E l’alba ci ha colti
ancora intenti nella nostra guerra,
nel nostro campo di sete bagnate
e tappeti intrisi di noi.
Hai baciato i miei seni di schiava
un’ultima volta,
mentre la morte a cavallo arrivava
per far sgorgare il tuo sangue
sull’altare degli Dei.
Si è schiusa la tenda
sul nostro campo di battaglia
e sulla mia catena d’oro
spezzata,
per lasciarmi libera nel giorno
della tua ultima battaglia.
E in quell’alba in cui rinascevo come donna
ho pianto la tua morte
guerriero d’Egitto
stringendo la catena d’oro
spezzata dalla tua spada.
Col batticuore guidava per le strade umide di pioggia della sua città.
L’appuntamento era per le 15, ma il timore di tardare o,ancor peggio, l’ansia di sbagliare strada, la rendevano nervosa e veloce nella guida.
Finalmente si sarebbero conosciute, finalmente avrebbe visto colei che da mesi aveva riempito la sua vita con nuovi seppur antichi sapori.
La cura che aveva avuto nel vestirsi la diceva lunga. Il libro come regalo, ma soprattutto il biglietto…….
Forse aveva esagerato.
Era andata troppo di corsa? Si sarebbe spaventata? Avrebbe frainteso?
Non voleva però chiedersi il perché di quello che stava per fare. La scusa dell’amicizia era il debole paravento per non confessare a se stessa la verità.
Lei stava per arrivare alla fine e all’inizio della sua ricerca, un percorso che in quei mesi aveva fatto guidata da riflessioni scritte su un forum e da una voce che da lontano le aveva dato piacere e turbamento.
La verità è davanti ai nostri occhi ma spesso cerchiamo altrove per non vedere.
Ecco il terminal dell’aeroporto…il parcheggio e il telefono che squilla…la sua voce che dà le ultime indicazioni.
Il cuore batte più forte….e gli occhi, guidati da questo cuore impazzito si fermano, riconoscono chi non hanno mai visto.
Si incontrano nello sguardo che avvolge,fissa,immobilizza,entra nel profondo perché non c’è difesa.
Finalmente!! Sei tu!!
Che cosa tra tante persone ti distingue? Riconoscersi tra tanti con certezza e senza sbagliare.
Il destino?. L’averla forse avuta sempre dentro di sè,ombra indistinta nei tratti, ma presenza cresciuta con lei fino ad occupare ogni atomo del suo corpo e della sua mente.
Oggi è davanti a lei: sente il suo sguardo, timido ,sfiorarla quasi incredulo di fronte al miracolo.
Sì miracolo perché è rinata la speranza. L’entusiasmo che si pensava perso assieme alla fiducia e all’euforia è di nuovo con loro.
Avverte il suo imbarazzo ma sente anche la sua forza, avverte che condivide la sua emozione .
Vede nei suoi occhi i pensieri correre veloci verso un desiderio, una timida speranza, trattenuti a fatica dalla ragione.
L’altra la studia scivolando con lo sguardo su di lei,per memorizzare ogni cosa di questi momenti e poterli nuovamente riprendere più tardi,nel silenzio della riflessione,meditando……
I momenti scorrono e così le loro parole si accavallano per coprire silenzi che dicono altre cose…
Deve lasciarla ma staccarsi è la premonizione dei distacchi che verranno,il vuoto improvviso, l’energia che manca.
Vorrebbe sfiorarle le labbra,sentire con le sue il suo sapore,l’ anticipo di lei…ma non può rimanere e non vuole averla così, come se fosse un capriccio,un’avventura….no, non può essere così banale…..
E non lo è, non lo è mai stato.
21 febbraio 2005
WWW.FUORICAMPO.NET |
Ti passo sopra |
|
Sabato 16 aprile < timangereitutta >
h 20.30 cena > menu della seduzione h 23.00 reading di poesie erotiche > h 24.00 festa > dj Joy La Ragnatela via S. Donato 18/2 > Bologna Per lo spettacolo e festa entrata dopo cena dalle h 23 |
“POESIA: SOSTANTIVO FEMMINILE"
la scrittrice MONICA MAGGI
e
il pianista e compositore DIEGO MORGA
venerdì 8 aprile ore 21.30
GIMLET CAFE’
VIA ALESSANDRO STRADELLA 174
www.gimletclub.com
ROMA
"Al di là di te ti cerco. Non nel tuo specchio e nella tua scrittura, nella tua anima nemmeno. Di là, più oltre."
I versi di Pedro Salinas, insieme a quelli di Pablo Neruda, di Charles Bukowski e di altri poeti, ma anche di poetesse come Anne Sexton, Marina Cvetaeva e Alda Merini saranno i protagonisti di "Poesia: sostantivo femminile", serata dedicata alla scrittura erotica, in scena venerdì 8 aprile alle 21,30 al Gimlet Cafè in via Alessandro Stradella 174, a Roma..
Portavoce e cantastorie della passione e della follia d'amore è Monica Maggi (www.monicamaggi.it ), giornalista e scrittrice romana, autrice de “la mia pelle è un cifrario”, raccolta di poesie erotiche e curatrice di TI BACIO IN BOCCA, prima antologia poetico-erotica scritta da sole donne esordienti, edita dalla Lietocolle di Como (www.lietocolle.it ).
"C'è un particolare - così Monica Maggi anticipa il tema della serata- che accomuna ognuno di noi, sia un artista, un poeta indimenticato o una persona qualunque: tutti, in un momento preciso della nostra vita, siamo impazziti per amore. In quel momento il poeta immortale e l'uomo della strada sono uguali: perdono morale, ribaltano regole, dimenticano schemi e limiti. In una parola, si abbandonano alla passione. Passione e poesia: sono sostantivi femminili, e questo non è un caso. Le donne hanno sempre avuto, sia come soggetto che come oggetto d'amore, una parte prepotente nella scrittura erotica".
INFOTEL. 347-7618417