
“L’umido, l’umore sacro, l’odore femmineo e tutto ciò che è connaturato all’esperienza del corpo e dei sensi. Termometro dell’eccitazione. Barometro della passione. Umido che appanna i vetri, che cola sui muri che battezza l’incontro. E poi, la sequenza muta dei giorni. Affiancati, accatastati, attraversati con foga o sopportati con pazienza… Sono queste le due coordinate che danno la posizione di ogni verso – e, insieme, di ogni momento dell’emozione amorosa – sul piano cartesiano dove si poggia la mia poesia”.
La racconta così Vanni Schiavoni, giovane poeta di Manduria, la raccolta delle sue liriche “Di umido e di giorni” edita dalla Lietocolle di Como (www.lietocolle.it) ed inserita nella collana Delta di Venere, dedicata all’eros. Un libricino che trasuda di passione, di sentimento, di carne e di sudore. Dell’emozione di essere corpo intrecciato a corpo, filo di un immenso arazzo dai colori appannati dalla follia dei sensi.
Eppure, si schernisce, “io non sono un poeta preminentemente erotico. Non nego che la sensualità e l'erotismo facciano parte profondamente della mia ricerca, sia poetica che in prosa. Ma, il mio scrivere, non si esaurisce nell'ambito dell'esperienza amorosa o erotica e spazia su altri fronti, come la religione dell’appartenenza, l'impegno civile, la quotidianità, l’impareggiabilità dell’esperienza umana. Non nascondo, tuttavia, che pure questi ambiti siano innervati di un atteggiamento o una predisposizione carnale, perché sessuato è il mio modo di stare al mondo.
L’eros è per me la pulsione costante e subacquea del vivere. Forza primordiale, impossibile da contrastare. Quel quid che sintetizza bisogno e desiderio, condizioni imprescindibili di ogni azione umana. E, quindi, l’unico vero motore immobile”.
Una poesia, quella di Vanni Schiavoni, in continuo divenire, che risente di una sua stagionalità interna, le liriche del libro sono divise proprio nelle quattro stagioni, e si nutre delle esperienze quotidiane del vissuto prendendo da queste ispirazione costante, costruendo un viaggio poetico che come lui stesso dice “se non migliora, di certo muta, attraverso un percorso che prova ad armonizzarsi con il tempo che scorre e che ritorna, avanti – a creare ed occupare uno spazio inesistente (il futuro) – e indietro – a ripercorrere le medesime pulsioni naturali”.
Quando scrivo non vivo mai un’esperienza circoscritta ad un foglio e una penna, all’uso di predicati verbali e metafore. La scrittura è per me un fiume sotterraneo che, qui e là, affiora. Un punto di partenza e di ritorno sempre presente. Il valutare quanto e come rendere “letterariamente” un qualsiasi momento della mia giornata è per me un esercizio costante, come lo è provare nella pratica le teorizzazioni cui approdo scrivendo. Il vissuto affettivo, poi, con la sua forza esplosiva, non può che catalizzare questi processi”.
Così tra le pagine “Di umido e di giorni” si respira il profumo del primitivo, si coglie l’intreccio dei tronchi degli ulivi, ci si perde nelle distese immense di papaveri, si ascolta il moto continuo delle onde del mare. “La religione dei luoghi ha, nella mia scrittura, una sua centralità programmatica e un movimento sempre percorso nella direzione della conquista dell’appartenenza come dato inevitabile nel processo creativo. Enorme è l’influenza che la mia terra ha sulla mia poesia. I suoi colori, l’abbaglio del sole sull’argilla, il rosso della terra, pure il grigio che sovrasta l’impianto siderurgico. E gli odori, di pioggia sull’aspidistra, gli afrori delle botteghe. Poi i rumori delle tende e dello scirocco, le voci delle famiglie slarghe con le loro cantilene. Anche il dialetto, pur non avendo mai scritto in vernacolo, mi ha dato l’occasione di confrontarmi con costrutti ancora latineggianti e regole sintattiche altre. Ma anche le donne, ancora in ritardo sulla media nazionale di emancipazione e perciò in un certo senso ancora in vantaggio sugli uomini… La mia è una poesia visiva, fotografica. Ho allenato gli scatti e impostato la durata dell’esposizione sui particolari e sulle panoramiche del mio Sud e ancora adesso, da qualche parallelo più in alto, la mia resta una scrittura mediterranea”.
Alessandra Bianco
Alle rovine messapiche...
Ad ogni cosa...
A chi sa essere indifferente,
alle spiagge del Salento,
alle foglie
che se ne fottono dell’autunno...
Ad ogni cosa...
Anche alle foglie strafottenti...
Vorrei mettere
ad ogni cosa
due gambe di donna
poi aprirle
e leccarle nel mezzo.
Se per il libro divo il primo posto
ebbe Dante fra gli itali cantori
le donne, i cavalier, gli arrivi e gli amori
se ovunque tanto spedito e fracasso
levò il poeta Torquato Tasso
e se Petrarca sopra gli occhi chiari
di Laura bella scrisse tanti versi
e se tanti ingegni illustri e chiari
profusero inni su temi diversi
nessun profondo e libero intelletto
vestì di rime l’alto mio concetto.
Io voglio vendicar l’ingiusto oblio di questi ingrati
e tu Venere bella ………………………………….
prega tu stessa questo preletto mio
così con versi arguti a rima dotta
potrò cantare la lingua e la potta.
E’ questo il grande e portentoso tema
cui spendo volentier tempo e fatica.
Non vi par cosa degna di cui poema
la leccatura d’una bella fica?
Per me chi non lecca è un empio, un pazzo
che non ha sangue al cor e sugo al cazzo.
E mura là, la tua bella morosa col biondo o bruno crine
e con l’occhio del tutto illanguidito
sul morbido guancial teco riposa
a soddisfar il dolce suo prurito.
Tu la tocchi, la baci, la carezzi
Ma lei vorrebbe più sentire ebrezza;
se la guardi negli occhi e se tu hai stoffa d’indagatore
come io t’assembro felicissimamente apprenderai
che per la donna non è tutto e membro e val , onde lascivia
in lei si estingua, più che il bel cazzo, un pezzettin di lingua,
Quando ti trovi al letto con l’amante
non correre d’assalto in trincea
come furia qualunque colleggiante
a piantar l’asta della tua bandiera.
Gioca prima d’astuzia e l’arte adopra
che alla donna riesci più gradito.
E quando alfin tu la cavalchi sopra
ogni altra prodezza abbia compiuto
e solo allor , dov’è del gaudio e
centro sfodera il brando e glielo infili dentro!!!!!
Tienti a questo sistema e ognor godrai
dalla tua bella amor costanza e stima
non dalla fica cominciar dovrai:
leccale il collo e le mammelle prima.
Indi lambendo adagio, a poco e appena,
vira il bordo al fil della schiena.
Discendi giù dal collo piano piano
quasi un pennello la tua lingua fosse
pasteggia l’orifizio deretano
con lievi tocchi e delicate mosse
indi fatta via torna a rifare
e lecca sempre e non mai ti stancare.
E quando spinta dalla brama ardente
d’aver tra le sue cosce la tua testa
ti spingerà avidamente là in mezzo
tu, con destrezza e con mano lesta
prendi mentre ella langue e si commuove
la posizione del……….69
Allor due bocche in uno stesso
istante convulse, succhierai lo stesso umore,
allor un cazzo ed una fica amanti
persi in un mar di limaccioso amor
in quel momento di febril desio,
scorderanno la terra il cielo e Dio.
Anonimo


La mia pelle porta ancora un respiro
la mia mano tiene ancora il suo sesso
la mia bocca si incurva ancora sopra la mezzanotte
sei ancora tu il mio desiderio
Cos'è il mio desiderio, se non tu!
Ah, com'è bello che nessuno sappia.
Se vuoi rendermi infelice,
ricomincia daccapo.
(Non conosco mondo migliore,
Ingeborg Bachmann)

Antonella Anedda, Amedeo Anelli, Maria Attanasio, Maria Angela Bedini, Giorgio Bona, Silvio Bordoni, Nanni Cagnone, Anna Maria Carpi, Michelangelo Coviello, Albino Crovetto, Anna Maria Farabbi, Paolo Febbraro, Aldo Forbice, Loredana Magazzeni, Valerio Magrelli, Giancarlo Majorino, Piero Marelli, Piera Mattei, Guido Oldani, Giancarlo Pontiggia, Stefano Raimondi, Màrgara Russotto, Giulio Stocchi, Ida Travi.
Dalle note introduttive delle curatrici, rileviamo alcuni criteri utilizzati nella selezione:
Due, in generale, le tematiche rintracciabili nella raccolta: una “metropolitana” (disincanto, laconica quotidianità) e una più liricamente introspettiva. Nello stile, componimenti di impianto tradizionale si alternano a prove più inclini alla sperimentazione; testi brevi, epigrammatici a scritture aperte alla prosa. (L.Pianzola)
La nostalgia mi ha guidata nella scelta dei testi, sia come sentimento che riempie di attenzione e di ineluttabilità, sia nel senso di “nostos”, viaggio nelle pieghe della lettura alla ricerca di una via di autenticità e di necessità, anche nel difetto d’arte o di mestiere. (D. Cabrini)
E aggiungiamo un criterio non menzionato: la squisita sensibilità personale di entrambe, diverse nella loro formazione (Cabrini, matematica; Pianzola, artistica) ma che, proprio avvalendosi di tale diversità, hanno portato ad un connubio efficace per un risultato di sicura soddisfazione.
Statisticamente, rileviamo una parità numerica circa la partecipazione di autrici e autori; a livello geografico, registriamo un aumentato apporto dalle isole, ma una predominanza dal settentrione; sotto l’aspetto anagrafico, l’età media è 35 anni, con la presenza - fra gli autori inseriti- di una giovanissima autrice di 18 anni.
La presentazione ufficiale avverrà nelle seguenti città:
MILANO – 25 novembre - ore 18 Mondadori Multicenter - Via Marghera, 28
ROMA – 8-11 dicembre (data da definirsi) durante la partecipazione LietoColle alla Fiera PiùLibriPiùLiberi.


Traduzione: Maria Grazia Rispoli
Formato: 12 x 16
Pagine: 96
Prezzo: 8,00 Euro
ISBN: 88-89113-04-9
Pazzo di Vincent è il diario a ritroso di una passione difficile, la cronaca spietata di un amore che esalta e sfinisce i corpi, che ravviva e abbatte. In una cupa Parigi anni Ottanta, Guibert incontra Vincent, un ragazzo dal fascino discreto e il volto di Buster Keaton. Li unisce la droga, il desiderio, l'alcol, il sesso, la malattia, ma soprattutto un rapporto dove “il bambino è il padrone del gioco”.
Sensuale, crudele, fragile, aggressivo, Vincent compare e fugge, mente e rivela, infligge e subisce. È un'ossessione, un enigma fisico e spirituale, un corpo che Guibert vuole amare e capire, ma che insidiosamente gli sfugge.
Hervé Guibert (1955 - 1991) inizia giovanissimo a interessarsi di fotografia, cinema e scrittura. Nel 1977 il suo primo romanzo, "La mort propagande", attira l’attenzione di Michel Foucault e Roland Barthes; l’anno seguente collabora con 'Le Monde' in qualità di critico di fotografia. La sua produzione letteraria, scandalosa e autobiografica, subisce un’accelerazione alla metà degli anni Ottanta, quando l’autore scopre di essere sieropositivo. Al tema dell’Aids sono dedicati i suoi ultimi romanzi, tra cui "A l’ami qui ne m’a pas sauvé la vie" (1990) pubblicato in Italia da Guanda.
